PARLIAMO DI PSICOLOGIA a cura di Gabriella Ciampi

LA COSCIENZA E LA RELIGIONE       G. C. – 2014

In psicologia si usa spesso il simbolo dell’albero per rappresentare la persona: come un albero un individuo cresce, si sviluppa in profondità sviluppando radici che lo rendono saldo e resistente e si espande  in altezza con una chioma più o meno rigogliosa,  espressione della propria vitalità, creatività, apertura mentale.

Come un albero l’uomo vive, ha una linfa interna che lo nutre, prende energie dall’ambiente; si piega al vento degli avvenimenti, resiste alle tempeste della vita, fiorisce in certi momenti e in altri periodi più difficili perde la sua bellezza. Nasce cresce invecchia, ma ha una caratteristica essenziale che lo allontana dall’essere una pianta: ha una coscienza.

Si possono dire molte e diverse cose sulla coscienza, su come nasce e come si sviluppa; ora vogliamo considerare un aspetto particolare di questo argomento, il conflitto interno che a volte viviamo quando ci sentiamo in colpa per dei comportamenti che mettiamo in atto.

Io darò soltanto alcuni sintetici spunti che ciascuno potrà approfondire come vuole. Cercherò,  come a volte provo a fare, di trovare un nesso tra l’ambito psicologico e quello religioso.[1]

LA COSCIENZA PSICOLOGICA E LA COSCIENZA MORALE

La coscienza è una dimensione dell’uomo ed in essa si racchiude la consapevolezza di sé, delle proprie azioni e dei propri sentimenti.  La sua funziona interessa tutta la persona, tutti gli aspetti dell’esistere e del sentire.

La coscienza psicologica è in pratica l’essere “presenti a se stesso”,  è un’autoconsapevolezza per cui la persona  sa e si rende conto di ciò che pensa, sente, percepisce, elabora, ricorda; c’è quindi un aspetto molto attivo di elaborazione e riflessione interna.

Se a questo tipo di coscienza si unisce un sistema di valori con cui distinguere il bene e il male,   ne viene una coscienza morale; possiamo considerarla una maturazione, un’evoluzione della coscienza e della persona. La coscienza morale porta con sé il giudizio sulle proprie azioni e sarà come una voce interna che giudica, condanna, approva o loda.

Ovviamente tutto questo subisce l’influsso dell’educazione, della cultura, dell’ambiente e delle scelte personali fatte.

IL SENSO DI COLPA

Il sentimento di colpa nasce dalla coscienza morale quando, dopo un’azione o un pensiero, sentiamo di essere in contraddizione rispetto a una nostra norma morale (esterna o interna) che ci dice cosa è giusto e bene fare.

Può accadere che pur credendo fermamente nella legge morale ci ritroviamo ad agire trasgredendola, ed è normale provare in questo caso un senso di colpa in quanto è segno del riconoscimento di essere autore di una azione che si ritiene sbagliata. E’ patologico se si prova un senso di colpa che non si basa su uno stato reale di “colpevolezza”, cioè se non si è compiuta alcuna azione sbagliata o se non si è responsabili dell’azione commessa o  ci  si sente più colpevoli del normale.

  • Come valutare il senso di colpa?

Il sentimento di colpa ha una funzione importante, quella di far emergere ciò che nel nostro agire ci appare come sbagliato rispetto ad un criterio, quindi ci mette davanti alle nostre contraddizioni e debolezze. Possiamo prendere spunto da questo sentimento per approfondire la conoscenza di noi stessi e  cercare di migliorare in coerenza rispetto ai nostri valori. Non basta sentirsi in colpa, occorre procedere in un lavoro di ricerca in noi stessi nella scoperta del comportamento giusto da mettere in atto che ci faccia sentire di essere in sintonia con il nostro sistema morale. Solo a questo punto il senso di colpa ha svolto il suo compito altrimenti è perfettamente inutile.

LA COSCIENZA MORALE  E LA LIBERTA’ DI AZIONE

Riconoscere la propria coscienza morale significa avere una responsabilità morale rispetto a se stessi e agli altri. Ma la responsabilità c’è dove c’è la libertà di azione e dove la persona, nella libertà di scelta, ha capacità di discernimento sapendo giudicare, prevedere e scegliere tra il bene e il male.

Fino alla fase adolescenziale (circa 15-16 anni) ancora non è chiaro né definito il mondo dei valori e nemmeno il proprio sistema  etico interiorizzato. Nella tarda adolescenza (fino ai 25 anni circa) comincia a delinearsi con precisione un sistema di valori che avrà bisogno ancora di anni per portare ad una piena maturità morale. Nel corso della vita di una persona ci sarà una continua elaborazione e sollecitazione della coscienza morale proprio grazie alla libertà in cui è giusto muoversi per esercitare la propria responsabilità.

E IL DISCORSO RELIGIOSO ?

La religione si innesta sulla coscienza morale. In particolare il cristiano avrà una coscienza morale arricchita e caratterizzata dai contenuti trasmessi da Gesù Cristo; la sua fede gli offrirà un modo specifico di percepire, comprendere e interpretare le situazioni, e colorerà tutti i vari livelli dell’esistenza prendendosi la responsabilità delle proprie libere scelte.

Rimane il concetto di libertà di scelta che in questo caso apre a un continuo dialogo tra l’uomo e Dio.

E’ importante cercare di mantenere la consapevolezza della nostra natura umana e di accettare i nostri impulsi e desideri; non dobbiamo sforzarci di sopprimerli e basta, oppure di limitarli  (cosa che prima o poi porta alla degenerazione) ma possiamo riconoscerli ed esprimerli alla luce e in coerenza con ciò in cui crediamo. Questo è il costante impegno del credente consapevole e maturo, cercare cioè sempre l’equilibrio e l’armonia tra l’espressione della propria natura e dei propri desideri (impulsi, pulsioni) e la propria coscienza morale/religiosa in cui crede profondamente, in un continuo aggiustamento e perfezionamento senza fine.

Come studiosa della psicologia della religione (che si occupa degli aspetti psicologici dell’atteggiamento religioso), non posso e non voglio entrare nel campo  teologico; troveremo comunque occasioni per approfondire l’aspetto psicologico su questi argomenti.

[1] Ho tratto alcuni concetti da due fonti trovate sul web: 

1) “L'aspetto psicologico della coscienza morale”   Nazario Giordani

2) http://www.corsodireligione.it/

_____________________________________________________________________________________________________

IL PIANTO E IL DESERTO IN NOI

G.C, - ottobre 2015

Nel Nord Africa, un missionario fu sorpreso dal curioso comportamento di un beduino.
Ogni tanto l'uomo si stendeva per terra, lungo e disteso sul terreno, e premeva l'orecchio contro la sabbia del deserto. Meravigliato, il missionario gli chiese: "Che cosa fai?". Il beduino si rialzò e rispose: "Amico, ascolto il deserto che piange. Piange perché vorrebbe essere un giardino".  
                                Il Deserto Piange – tratto da Quaranta Storie nel Deserto di Bruno Ferrero - Casa Editrice: ElleDiCi

A tutti è capitato di piangere, chi tanto chi meno, così come a ben guardare tutti hanno sentito a volte dentro se stessi “il deserto”, quella sensazione di vuoto arido, silenzioso, secco, quando guardandosi dentro, ovunque girato lo sguardo, sembrava non esserci appiglio, speranza, appoggio, ma soltanto il nulla verso tutti e quattro gli orizzonti.

La funzione del pianto è quella di eliminare l’eccesso di tensione, attenuare le sensazioni di dispiacere; è uno strumento naturale che agisce, si attiva e influisce sulla percezione del proprio dolore, quasi sempre attenuandolo o ridefinendolo. Per lo più usciamo dal pianto con uno stato d’animo leggermente migliore, sollevato, con una visione diversa, con un proposito.

 C’è il pianto di rabbia, il pianto di malinconia, quello della perdita e quello della solitudine; il pianto del senso di impotenza e quello del buio più nero. Si piange quando incontriamo il limite della nostra resistenza o delle nostre capacità, quando ci scopriamo soli al mondo o ci sentiamo soli al mondo; piangiamo quando ci arrendiamo a noi stessi e riconosciamo la nostra piccolezza. Anche quando è un pianto di rabbia, escono lacrime di resa: è il dolore che prende una forma diversa dall’aggressività ed esprime la sua forza con l’abito della fragilità, liberando l’animo dal peso dell’ingiustizia percepita. Può diventare un pianto liberatorio, e per questo fa bene piangere, perché lava l’animo portando all’esterno le emozioni negative, creando un’apertura tra il dentro e il fuori, una piccola fessura che lascia entrare luce. 

A volte è un pianto senza lacrime: un pianto secco, dove il deserto interiore non lascia trasudare nemmeno una goccia, dove non c’è acqua per dissetarsi, né per purificarsi, né per esprimere la tristezza. È un pianto doloroso, muto, incapace di parlare, come fosse un piangere solo per se stessi di fronte all’infinito della sabbia arida. È l’aridità del proprio cuore che ha perso la speranza; è la solitudine dell’uomo che si è tanto chiuso in se stesso da essersi allontanato da tutti e tutto; è la siccità dei propri sentimenti che non proiettano più i colori sul mondo.

Ma passando attraverso questo pianto si può rinascere così come attraversando il deserto si può sopravvivere ed uscirne rinato.

Per questo possiamo scoprire che esiste anche il pianto di felicità, il pianto della leggerezza, il pianto della purificazione e il pianto della preghiera. 

E possiamo anche imparare a stare nel deserto, a camminarvi, a sostare in meditazione dell’assenza, del vuoto, della solitudine e del silenzio, per crescere, continuare il cammino e rafforzarci a tal punto da saper vedere un arcobaleno all’orizzonte.

 

------------------------------------------------------------------------------------------

 

       IL VUOTO ESISTENZIALE                                       gennaio 2015

LA MALATTIA DELL’ANIMA

Alcune persone mi raccontano di uno stato interiore di malessere che riassumono con l’espressione vuoto esistenziale.

E’ uno stato di passività, mancanza, che genera la sensazione di perdita di senso nella propria esistenza e che stimola pensieri negativi, pensieri piuttosto sterili che non portano a propositi o progetti ma al contrario tolgono entusiasmo e rendono triste il futuro che ancora deve essere vissuto.

L’ HORROR VACUI: la paura degli spazi vuoti

Il vuoto è fastidioso, si sa, soprattutto quando è percepito come mancanza, assenza di qualcosa. Ne sa molto la storia dell’arte: andiamo a guardare i vasi del medioevo ellenico ma anche l’ Art Brut (uno stile di pittura realizzata a volte da ospiti degli ospedali psichiatrici come Adolf Wolfli; lo stesso concetto ispira gli arabeschi dell’arte islamica dove con meticoloso lavoro non si vuole tralasciare il minimo spazio vuoto.

NOI COME RIEMPIAMO IL NOSTRO VUOTO?

Spesso ricorriamo ad ogni mezzo per attenuare questo disagio: il cibo, le droghe, internet e la televisione, il sesso o amori inventati, tutti mezzi che si rivelano prima o poi poco duraturi o inefficaci, quando non generano serie problematiche di dipendenza che conducono a vere psicopatologie.

Probabilmente intuiamo che l’origine è psicologica, il senso di vuoto non nasce semplicemente dalla mancanza di una distrazione o di una gratificazione, ma non riusciamo ad andare oltre questa riflessione, spesso non sappiamo dove cercare e che tipo di risposta ci serve.

COMINCIAMO A POSARE LA PRIMA PIETRA

Viktor Emil Frankl (Vienna 1905-1997), medico-filosofo-psichiatra (e prigioniero dal ’42 al ’45 in diversi campi di concentramento nazisti) ha detto una cosa molto interessante su cui riflettere. Affermava che nell’uomo c’è una spinta a cercare il senso della propria vita e che non si ha pace finché non siamo convinti di averlo trovato.

Frankl continua il suo discorso richiamando alla responsabilità di ciascuno di dare un significato alla propria esistenza, cercandolo, costruendolo, andando al di là del mero soddisfacimento degli impulsi o ricerca del piacere, per approdare ad una dimensione superiore, indagando e muovendosi sul piano spirituale.

Si tratta di recuperare dei valori, di ricostruire dei significati superiori da attribuire alle nostre azioni e ai nostri pensieri, di  ricercare uno scopo individuale più “alto”. Occorre anche imparare ad avere una visione totale della persona (di se stesso) come unione di corpo – psiche e spirito: queste tre dimensioni devono arrivare ad armonizzarsi coerentemente con i valori e le scelte che ciascuno ha posto come orientamento della propria vita.

Un periodo di crisi allora può essere un’occasione per rivedere la propria esistenza sotto questo punto di vista e cominciare a non mettere più al centro della propria attenzione se stesso e i problemi, ma “qualcosa/qualcuno” che trascenda noi stessi e che dia finalmente risposta a quel forte bisogno di significato che non può trovare totale gratificazione in questo mondo.

Rif.to bibliografico: Viktor E. Frankl (2005),  Logoterapia e analisi esistenziale, Morcelliana.

***** Questo articolo è stato pubblicato sul sito ilritorno.it ****

PERCHÉ A VOLTE È TANTO DIFFICILE IL CAMBIAMENTO?                 (4 febbraio 2014)

Prima spiegazione (legata alla persona)

Ci sono volte in cui quello che ci manca non è la soluzione, la risposta: quella la conosciamo, qualcuno ce l’ha detta e ridetta, anche noi sappiamo che è quella giusta e saggia.

Tuttavia non riusciamo a cambiare il nostro agire: non abbiamo il coraggio di cambiare. Perché?

 

I nostri comportamenti e il nostro modo di ragionare sono legati ai nostri schemi mentali, e questi non sono facilmente sostituibili perché nascono, si formano e si rafforzano durante la crescita e con l’ esperienza di vita. Per anni e anni le esperienze vissute ci hanno convinto che il nostro modo di ragionare e di fare era corretto e quindi lo abbiamo conservato e protetto da variazioni.

Quello che però non abbiamo considerato è che nel tempo noi abbiamo letto e archiviato le esperienze sempre con quello stesso sistema di riferimento, e quindi in verità non lo abbiamo mai  sottoposto ad una prova attendibile, ad una vera revisione.

Se indosso degli occhiali con le lenti verdi, posso guardare anche mille realtà diverse ma le vedrò tutte e sempre verdi. Concluderò sempre che ho ragione perché vedrò ogni volta sempre e solo tutto verde.

Ciò che quindi a volte ostacola il cambiamento è l’idea inconscia che non ci sia bisogno di cambiare perché quel metodo ha sempre funzionato.

Ma se cominciassi a considerare che esistono anche occhiali con lenti rosa o gialle o bianche…. E se decidessi di provare un occhiale diverso dal mio…

Seconda spiegazione (legata alle relazioni)

Altre volte non riusciamo a cambiare perché non possiamo cambiare, non perché siamo incapaci ma per una scelta inconscia che ci porta a mantenere le cose così come stanno. Ci sono equilibri, contesti, relazioni che crollerebbero se uno dei componenti apportasse modifiche al proprio comportamento. Questa verità talvolta la percepiamo soltanto inconsapevolmente e ci porta a sentire così difficile e faticoso il cambiamento che puntualmente raccogliamo fallimenti oppure ci rinunciamo senza provare.

In realtà in questo caso non cambiare è il nostro modo di amare e di mantenerci vicini a qualcuno.

GC/ dicembre 2011


Informativa sulla privacy
Sito web gratis da Beepworld
 
L'autore di questa pagina è responsabile per il contenuto in modo esclusivo!
Per contattarlo utilizza questo form!