SPAZIO PER RIFLETTERE

insieme a Gabriella e a tutti i lettori

(potete scrivere i vs quesiti o riflessioni all'indirizzo sognieterra@libero.it) 

aggiornato all' 11 dicembre 2012

 

11-12-2012

DOMANDA DI UN’AMICA di Roma –: Come comportarsi se un familiare agisce con l’intento di “rovinare” la nostra armonia casalinga? All’interno della famiglia c’è una persona di famiglia che ha dei fini ambigui, vuole essere coinvolta  ma “disturba”, vuole partecipare ma i suoi atteggiamenti portano a litigi, incomprensioni, seminano zizzania. Cosa posso fare ?

RISPOSTA: Certamente dipende da quanto questa persona ci è vicina, se sta in casa con noi, se viene spesso a trovarci o ogni tanto. Se ci conviviamo diventa urgente e necessario parlarle chiaramente e capire che problema ha. Se è un parente che ci viene a trovare spesso, direi che ugualmente bisognerebbe arrivare ad un chiarimento, provare a parlarle per capire quanto è consapevole di come si comporta e degli effetti negativi che innesca nella famiglia. A volte questo basta per far cambiare atteggiamento alle persone.

Se è qualcuno che vediamo ogni tanto, se decidiamo di escludere un chiarimento verbale (che per me è sempre una tappa da tentare), possiamo prendere una posizione di difesa: devo ragionarci e stabilire che il suo comportamento non è così influente sulla mia famiglia e sull’armonia che posso costruire con i miei cari nella mia casa. Questa armonia infatti è frutto di anni di amore, di dedizione, di dialoghi, di vicinanza, e non saranno i commenti e gli atteggiamenti sconsiderati di chi vuole seminare discordia a rovinare tutto. Posso farmi scudo di questa stessa armonia familiare perché è una ricchezza e una forza personale profonda.

In ogni famiglia c’è sempre almeno un componente che in qualche modo tenta di “rovinare” l’equilibrio, non so perché; è comunque in relazione sicuramente alla storia della famiglia e dei suoi componenti. Tuttavia ogni spiegazione non giustifica e non ci basta, quindi è giusto che dopo aver tentato di capire e aggiustare il rapporto, se la situazione non cambia, si arrivi a prendere le distanze o con un atteggiamento interiore di distacco (da ciò che quella persona dice e fa) o diradando la frequentazione. Spesso per mantenere i contatti con alcuni parenti “difficili” bisogna accontentarsi di un rapporto un po’ formale e superficiale, lasciando ai rapporti più sinceri e positivi le nostre confidenze e la nostra fiducia.

Grazie per la domanda. GC

11/10/2012

DOMANDA: COME AIUTARE LA MIA BAMBINA A SUPERARE LA MORTE DI UNA CARA ZIA?  

RISPOSTA: STANDOLE VICINO, PARLANDO  DELLA TRISTEZZA E DEL MISTERO DELLA MORTE

 (…)  Ho una figlia di quasi 7 anni e volevo un consiglio da te per favore. A luglio e' morta una mia zia. Ovviamente il dispiacere e' tanto ma il mio problema e' la mia piccolina,che probabilmente essendo la prima persona che conosceva che muore, e' rimasta malissimo. mi spiego meglio!!!! Una settimana prima che la zia morisse, mia figlia e' voluta venire con me a trovarla in ospedale,  si sono divertite mangiando pizza scrocchiarella! Ma da quando ci ha lasciato, a mia figlia ogni tanto viene in mente e piange,nei momenti meno attesi. io le ho detto di parlarci quando le manca di più  ma ho paura che non sia sufficiente.  Per favore dammi un consiglio.

 

Cara P. L’ultima immagine che la tua bimba ha nella memoria è di una zia che anche se in ospedale rideva, scherzava e mangiava pizza; adesso deve mettere nella sua piccola mente anche un’altra informazione, che la zia non c’è più, e non è facile collegare questi due dati così contraddittori che riguardano la zia. Capirai bene che è un compito difficile e triste per una bambina. In genere i bambini hanno un’idea della morte diversa in base all’età: tra i 3 ed i 5 anni vedono la morte come una partenza momentanea e pensano che la persona morta tornerà. Quelli più grandini, tra i 7 e gli 8 anni, hanno un’idea più realistica  ma hanno tanta difficoltà a capire e identificare le loro emozioni. La tua bambina può darsi che sia preoccupata per esempio dall’idea che qualcun altro della sua famiglia potrebbe morire così velocemente e all’improvviso (per lei è stato all’improvviso anche se l’ha vista all’ospedale, non ha ancora una consapevolezza precisa del decorso della malattia e del tempo). Quindi probabilmente sta ancora elaborando dei pensieri e delle paure perché non sa bene quanto ciò che è successo alla zia può succedere ai genitori, ai nonni, a lei stessa. 

Può essere una buona idea spiegarle, quando cerchi di consolarla, che lo star male quando qualcuno muore è dovuto al fatto che abbiamo perso un rapporto speciale, un affetto importante, e questo ci dà molta tristezza. Credo inoltre che a questa età non sia consigliabile, come spesso accade,  fare dei discorsi a livello religioso perché si rischia di trasmettere idee sbagliate: dire per es. “era così speciale e buona che Dio l’ha voluta con sé”, potrebbe trasmettere l’idea che Dio strappa alla famiglia le persone speciali e non spinge a “fare i buoni”; cosi come semplificare il discorso dicendo “è morta perché era ammalata” può innescare la paura per le malattie e la bambina potrebbe andare in ansia se qualcuno di casa ha una semplice influenza. Meglio sarebbe spostare su una spiegazione fisica: è morta perché il suo corpo non funzionava più bene, non ce l’ha fatta perché le si è fermato il cuore, o un organo ha smesso di lavorare… E davanti all’ennesimo “perché?” possiamo anche ammettere che è un mistero, nessuno ha una risposta per questo. La morte è un mistero per tutti.

Accettare e dare spazio al pianto e alla tristezza nel lutto è doveroso e salutare. Tu hai fatto benissimo a dirle di confidarsi quando vuole! E’ giusto esprimere la rabbia e il dolore per la perdita e quando è un bambino a soffrirne, va accompagnato in questa esperienza di tristezza, standogli affianco, facendolo parlare, dando ascolto alle fantasie che lo spaventano senza sminuire o riderne, rassicurandolo che va tutto bene, che quello che sente è il dispiacere per la perdita di una persona che amava, che prima o poi passerà e che noi gli staremo vicino per aiutarlo.

Ci potrebbero essere comportamenti regressivi in cui la bambina si comporta come se fosse più piccola, anche questo va letto in questa ottica. Certamente la reazione ad un lutto cambia da bambino a bambino anche in base al terreno su cui l’evento va a cadere; se un bambino non ha disagi psicologici (disturbi comportamentali, del sonno, o altre psicopatologie) , e vive in un ambiente familiare tranquillo e sicuro, affronterà ogni evento anche triste nel modo giusto e si riprenderà presto. Spero di averti detto qualcosa di utile. Grazie per avermi scritto. GC

 

5/10/2012

DOMANDA: POSSO INTERVENIRE SE VEDO CHE UN GENITORE FA DEGLI ERRORI NEL MODO

DI EDUCARE IL FIGLIO?               RISPOSTA: DIPENDE

Gentile dott.Ciampi, le scrivo per parlare con lei ed avere una risposta su come muovermi, capire, consigliare o anche, semplicemente parlare con mio cugino. Ha due figli … (lettera firmata – Bologna 5/10/2012)

Carissima Marcella. Non riporto la tua mail come richiesto e prenderò spunto dalla tua lunga lettera per affrontare due  tematiche: 1 – il diritto di intervenire su come i genitori educano i loro figli da parte dei familiari più stretti ,  2 – la solitudine dei figli quando i genitori lavorano tutto il giorno.

1)Spesso in famiglia succede di assistere a situazioni critiche con bambini che fanno i capricci, piangono disperatamente, sono ingestibili o semplicemente insistenti nelle loro pressanti richieste. Il genitore, sotto stress magari da due o tre anni, o perché stanco, o per convinzione, può usare metodi educativi poco costruttivi e poco adatti, a volte esageratamente severi, talvolta addirittura possiamo assistere a violenze psicologiche (quelle fisiche quasi mai vengono mostrate in pubblico). Può  capitare anche che figli un po’ più grandini vengano trattati  ingiustamente o in modo diverso, penalizzante, rispetto agli altri fratelli (per es. ad uno arrivano sempre complimenti, regali, favori, all’altro soltanto rimproveri, compiti, critiche).

Stare a guardare senza intervenire è molto difficile soprattutto se siamo in famiglia, se è coinvolto un nipote. Che diritto abbiamo di intervenire? Possiamo intrometterci o come dice la ns Marcella, “è meglio lasciare ai soli genitori il loro compito, ma anche la loro idea di essere nel giusto,nella norma”? A volte infatti dietro c’è la certezza di far bene, di agire per uno scopo educativo, per rafforzare il carattere dei figli, per “insegnare a vivere”,  oppure c’è il semplice applicare quello che si è subìto, il solo metodo che è stato appreso dai propri genitori (frequentemente chi ha subìto maltrattamenti è un genitore che maltratta).

Secondo me sta alla personale sensibilità e intelligenza ma non posso avere dubbi nel caso vedessi scene di violenza evidenti, fisica o psicologica, in questo caso mi prenderei il diritto di dire qualcosa per sollevare l’attenzione. Ritengo che negli altri casi , per prima cosa sarebbe bene cercare di sentire il parere anche di un altro testimone, confrontarmi e capire se sono io troppo sensibile o effettivamente il genitore sta sbagliando metodo. Appurato questo, potrei provare a  parlare con la madre ma non mentre si svolge la situazione critica, bensì in un momento più tranquillo, da soli, con calma. E’ però cosa molto delicata e parlandone bisogna eliminare le critiche, le accuse, ma cercare di capire quanto il genitore si rende conto degli effetti del suo modo di fare sul figlio e spostare il discorso su questo aspetto; nel caso elencargli e fargli notare le reazioni particolari del figlio (che probabilmente si chiude, ammutolisce o al contrario ha delle crisi isteriche peggiori, si mortifica troppo, non capisce come rimediare, non riesce a fare diversamente, oppure somatizza con dolori, vomita, fa pipì a letto,  ha delle assenze, ecc – in base anche all’età). Se il problema persiste, direi di continuare a provarci magari anche insieme ad altri familiari che percepiscono e condividono il disagio e si sentono coinvolti: farlo da sola rischia di diventare un braccio di ferro tra due opposte posizioni, la tua e quella del genitore che si sente in diritto di educare come vuole. Non è facile dare un consiglio su questo problema, dipende molto dalla situazione e dalle persone coinvolte, dalla loro disponibilità a migliorare ed ascoltare pareri diversi…

2) I giovani studenti dai 12 anni in su, spesso vivono la solitudine in casa. Se i genitori lavorano, i figli si ritrovano presto le chiavi di casa in tasca e, tornando da scuola all’ora di pranzo, mangiano da soli e stanno da soli fino all’arrivo di qualcuno, a volte fino al tardo pomeriggio. Cosa fanno da soli tante ore? E soprattutto, come stanno?

Probabilmente si mettono al computer o davanti alla televisione con qualcosa da mangiare, o giocano tutto il tempo alla PlayStation. Tutte attività che favoriscono l’obesità, che possono portare alla noia e alla passività, alla chiusura e alla svogliatezza. Bisognerebbe certamente evitare di mettere un figlio in questa condizione rischiosa, organizzargli la giornata diversamente, trovare in tutti i modi  un’alternativa, soprattutto quando è molto giovane. Un/una ragazzo/a intorno ai 16-17 anni ha forse già trovato un gruppo di amici e sa organizzarsi per uscire, andare a studiare da qualcuno, andare in piscina da solo/a, quindi non dovrebbe soffrire troppo di questi orari familiari. Ma durante le scuole medie (a volte anche elementari), ai figli viene proibito di uscire e sono relegati a casa. Quindi, lì dove inevitabile, si potrebbe chiedere l’aiuto dei propri familiari o amici (chi di loro può, vada a stare almeno un paio d’ore con lui/lei) oppure fare in modo che ci sia spesso uno o due amici coetanei con cui stare a casa, oltre ad uno sport pomeridiano che interrompa questa routine solitaria. Quello che a volte può passare per un metodo educativo di “responsabilizzazione” talvolta è una scusa per non complicarci la vita ma è necessario tener conto della personalità e dei bisogni individuali dei propri figli. Grazie per avermi scritto. GC

 

1/10/2012

DOMANDA:  COME AFFRONTARE LA PAURA DEL TUTTO ………………..…. RISPOSTA: USCIRE DA SE STESSI.

(…) “Mi rivolgo a lei per un problema che a me sembra insormontabile: la paura del tutto. Intendo dall'affrontare i problemi della vita, che a volte sembra ci presentino un conto troppo alto per le nostre capacità, alla paura per i nostri cari....alla paura della morte. Chiedo scusa per il mio mondo catastrofico. Nella speranza di un suo pensiero su tutto ciò, la saluto.”   (1-10-2012/  Mail firmata)

Carissima. Prendo spunto dalla tua lettera per parlare un po’ in generale e allargare forse la visuale, sicura che troverai dei suggerimenti specifici per te tra le righe.

Anche io, se schierassi davanti a me tutti i problemi, le mie paure (perché ognuno ha le sue), l’insicurezza del futuro, ecc ecc, sarei presa dal panico e penserei che il mio mondo è “catastrofico”, come dici tu. Ma proprio questo non dobbiamo fare: ricordarci e fermarci a guardare le nostre disgrazie e le nostre insicurezze. Talvolta è solo la nostra personalità, il nostro carattere, che ci fa ingrandire i problemi o li inventa anche dove non ci sono; altre volte ci sono veramente e pure enormi.  

Cominciamo a considerare una cosa per volta, capire cosa ci spaventa, capire come fare ad affrontarla con le nostre forze, capire se possiamo prendere coraggio da qualche altra parte. Penso alla Fede, per esempio. Ci sono problemi e paure profonde effettivamente troppo pesanti e difficili per sopportarle da sola, è impossibile se non a costo di grandissima sofferenza e fatica. Ma tutta questa fatica assume un senso diverso se la porto “fuori di me”, se esco da me stessa, se vado oltre al materialismo e alla visione terrena, oltre al senso del possesso – che mi porta alla paura di perdere ciò che “è mio”. Non è sempre detto che siamo deboli o paurosi o incapaci di affrontare; devi avere più fiducia in te stessa! Delle cose ci fanno molta paura perché sono spaventose. Non possiamo controllare tutti gli eventi e la vita ci tradisce a volte togliendoci qualcosa che per noi è molto importante. Noi come reagiamo? Forse non abbiamo imparato prima a resistere e reagire rialzandoci da terra, ed ora bisogna cominciare a farlo!

Mentre alcune volte dipende da noi, altre volte non possiamo far niente per opporci ad alcune realtà che si impongono,  farlo significa soffrire di più perché è inutile. Allora dobbiamo accettare la paura o quell’evento, provare a inserirlo in un discorso più ampio della nostra esistenza. Lo stesso per la paura della morte, nostra o di altri vicino a noi.

 Ricordiamoci che noi in quanto esseri umani abbiamo uno scopo nella vita, qualcosa da realizzare, un progetto da portare a termine nel corso di questa esistenza. Il tuo quale è?  Lo stai attuando?  Deve essere uno scopo che ti dà forza, coraggio, che ti consola di tutto, che ti aiuta ad affrontare le cose che ti preoccupano. Uno scopo “superiore”, che va oltre le nostre debolezze e limiti. Ognuno crea la sua Fonte, in base alla propria cultura, tendenza, personalità, scelta, ideologia, può pensarla come vuole purché porti come effetto la forza e la speranza, cose necessarie per vivere nella pace interiore.   Grazie per avermi scritto. GC

 


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